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FIORI E LIBRI -
E'
passato un anno e siamo alle solite. Niente pare muoversi e il
rischio che l'immobilismo nel quale ci vogliono trascinare riesca a
fagocitarci è sempre una minaccia reale. Per fortuna le nostre
menti, seppur a fatica, cercano di mantenersi più vive che mai,
altrimenti saremmo già pronti per la cremazione. Tutto sta cambiando
a sentire loro ma in realtà per noi non è cambiato proprio niente,
le difficoltà di ieri sono le stesse di oggi e con molta probabilità
saranno qui anche domani. La fatica per portare avanti le nostre idee
e le nostre iniziative è diventata una delle nostre migliori amiche.
Non ci facciamo spaventare insomma, abbiamo visto di peggio sotto
questo punto di vista. Quello che magari fa male è che il
trascorrere del tempo pare non aver insegnato niente a nessuno. Come
si diceva poco sopra è passato un anno da quando eravamo qui a
parlare della rivolta di Gezi Park e sognavamo un cambio di rotta. È
passato un anno da quando abbiamo parlato con i ragazzi di piazza
Taksim, li abbiamo ascoltati, confortati e perché no, in fondo anche
invidiati per la loro voglia di mettersi in gioco. In occasione del
primo anniversario delle proteste in Turchia siamo tornati punto e a
capo. I manifestanti sono tornati in piazza per rivendicare le
proprie idee e come da copione sono partite le repressioni
governative con lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma
per disperdere la folla. Ma non è degli scontri che vogliamo
parlare. Anche se forse a ben vedere, ce ne sarebbe bisogno, visto
che la notizia è passata quasi inosservata, compressa tra le
farneticazioni postelettorali e gli imminenti mondiali di calcio.
Così come poco o niente si è detto quando l'illuminato Erdogan ha
proibito l'uso di Twitter e Youtube in Turchia.
Ma
se la rivolta dello scorso anno alla fine ha funzionato, se
l’organizzazione del parco, con tende, farmacie, punti di ristoro e
persino la biblioteca, ha lasciato di stucco tutto il mondo, un anno
dopo non possiamo dire che siano stati fatti molti passi avanti.
Anzi.
Gezi
Park era il simbolo della cittadella Utopica nella quale vorremmo
perderci, con la scritta all'inizio della piazza che ribadisce che
quando ci si sente oppressi non ci sono colorazioni politiche “Io
non sono di destra e neanche di sinistra, io sono çapulcu”
(vandalo – la definizione che diede il premier turco dei
manifestanti)
Gezi
Park aveva insegnato che è possibile sfidare il mondo se si è
uniti. Oggi a piazza Taksim regna la calma e il movimento che ha
tenuto la Turchia in ostaggio per 19 giorni non esiste più, disperso
nei mille rivoli dei distinguo, delle posizioni diverse. Ognuno sulle
sue barricate. Noi che a più riprese abbiamo invocato una
collaborazione tra tutte le realtà che compongono il “collettivo
Toten Schwan” non possiamo che usare questo spunto per rinnovare la
nostra spinta ad andare oltre il quotidiano per cercare una crescita
esponenziale del pensiero.
Quello
che cerchiamo è un segnale che ci porti a pensare che le cose
possano cambiare per davvero. Ammettiamo di aver simpatizzato con i
ragazzi di Taksim anche per questo. Noi siamo ancora qui, dopo un
anno, con ancor più voglia di fare rispetto a dodici mesi fa,
sappiamo cosa vogliamo e non intendiamo fermarci proprio ora che le
soddisfazioni ci stanno fortificando il morale dopo tanti sacrifici
che a prima vista potevano sembrare vani. Abbiamo deciso di
riproporre il collage dello scorso numero per far sentire la nostra
vicinanza ai ragazzi turchi. Che poi quella degli alberi della piazza
abbattuti per far posto all'ennesimo centro commerciale dell'era
Erdogan possa essere una scusa per far sentire la propria voce di
dissenso non ci importa. Amiamo chi si ribella, sempre e comunque,
alle imposizioni. L'importante è avere la possibilità di
dissentire, se poi sono alberi o chissà che altro chissenefrega.
Ribellarsi è giusto, a priori. Chi tace ha torto, sempre. Parlando
di alberi, [in chiusura cerchiamo di sorridere almeno un po'] non può
non venire in mente un parallelismo tra quelli di piazza Taksim e
quelli della nostrana piazza Verdi a La Spezia, la nostra città
natale. Noi all'abbattimento dei pini secolari per far posto alla
struttura postmoderna a base di gates metafisici di tale Daniel Buren
abbiamo reagito chiamando il Gabibbo di Striscia la notizia. Credo
che aggiungere qualunque altra cosa sia superfluo...
”fiori
e libri in piazza Taksim”
